GLI ORGANISMI DI PARTECIPAZIONE: IL CONSIGLIO PASTORALE E IL CONSIGLIO PER GLI AFFARI ECONOMICI

 

1. Il sacerdozio dei fedeli e il loro contributo nella chiesa

«Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini, fece del nuovo popolo di Dio “un regno e sacerdoti per Dio suo Padre”. I battezzati infatti vengono consacrati mediante la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo, per essere un’abitazione spirituale e un sacerdozio santo e poter così offrire in sacrificio spirituale tutte le attività umane del cristiano, e annunciare i prodigi di colui che dalle tenebre li ha chiamati alla sua luce ammirabile. Tutti i discepoli di Cristo, quindi, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio, offrano se stessi come oblazione vivente, santa, gradita a Dio, diano ovunque testimonianza a Cristo, e rendano ragione, a chi lo richieda, della speranza di vita eterna che è in loro.

Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano di essenza e non soltanto di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro; ambedue, infatti, ognuno nel suo modo proprio, partecipano all’unico sacerdozio di Cristo. Con la potestà sacra di cui è rivestito, il sacerdote ministeriale forma e dirige il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico in persona di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; da parte loro i fedeli, in virtù del loro sacerdozio regale, concorrono ad offrire l’eucaristia ed esercitano il loro sacerdozio nel ricevere i sacramenti, nella preghiera e nel ringraziamento, nella testimonianza di una vita santa, nell’abnegazione e nell’operosa carità». (Lumen gentium, 10)

«In quanto partecipi dell’ufficio di Cristo sacerdote, profeta e re, i laici hanno la loro parte attiva nella vita e nell’azione della chiesa (questo diritto-dovere non gli viene dalla bontà del parroco o dalla sua larghezza di vedute…ndr). All’interno della comunità della chiesa la loro azione è talmente necessaria che senza di essa lo stesso apostolato dei pastori non può per lo più raggiungere la sua piena efficacia. Infatti i laici che hanno vero spirito apostolico, come quegli uomini e quelle donne che aiutavano Paolo nella diffusione del Vangelo, suppliscono a quello che manca ai loro fratelli e danno conforto all’animo sia dei pastori sia degli altri membri del popolo fedele. Nutriti dall’attiva partecipazione alla vita liturgica della propria comunità, partecipano con sollecitudine alle opere apostoliche della medesima; conducono alla chiesa gli uomini che forse ne vivono lontani; cooperano con dedizione nel comunicare la parola di Dio, specialmente mediante l’insegnamento del catechismo; mettendo a disposizione la loro competenza rendono più efficace la cura delle anime e anche l’amministrazione dei beni della chiesa.

La parrocchia offre un luminoso esempio di apostolato comunitario, fondendo insieme tutte le differenze umane che vi si trovano e inserendole nell’universalità della chiesa. Si abituino i laici a lavorare nella parrocchia intimamente uniti ai loro sacerdoti, ad esporre alla comunità della chiesa i propri problemi e quelli del mondo e le questioni che riguardano la salvezza degli uomini, perché siano esaminati e risolti con il concorso di tutti; a dare, secondo le proprie possibilità, il loro contributo ad ogni iniziativa apostolica e missionaria della propria famiglia ecclesiastica».  (Apostolicam actuositatem, 10)

A proposito del fondamentale contributo che i laici sono chiamati ad offrire alla crescita della chiesa, interessante è il passaggio con cui la costituzione conciliare Gaudium et spes sottolinea la possibilità che ci sia una pluralità di posizioni sulle questioni e i problemi contingenti. GS 43 riafferma il principio per il quale i credenti debbano assumersi autonomamente la responsabilità di trovare soluzione ai problemi concreti; infatti «non pensino che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione». Ma i fedeli laici saranno orientati dalla propria visione cristiana della realtà ad una determinata soluzione. Questo è un punto di grande attualità: non è per nulla vero che i cristiani debbano avere la medesima opinione sulle cose del mondo solo perché condividono la stessa fede. Esiste una legittima differenza nelle letture dei fenomeni e nella loro interpretazione alla luce del Vangelo che si riflette anche nelle scelte concrete, nelle azioni, nelle soluzioni che si pensano e si realizzano per risolvere le difficoltà.

 

Ancora la GS «…oggi soprattutto, che i cambiamenti sono così rapidi e tanto vari i modi di pensare, la Chiesa ha bisogno particolare dell’apporto di coloro che, vivendo nel mondo, ne conoscono le diverse istituzioni e discipline e ne capiscono la mentalità, si tratti di credenti o di non credenti. Essa sente con gratitudine di ricevere, nella sua comunità non meno che nei suoi figli singoli, vari aiuti dagli uomini di qualsiasi grado e condizione. Chiunque promuove la comunità umana nell’ordine della famiglia, della cultura, della vita economica e sociale, come pure della politica, sia nazionale che internazionale, porta anche non poco aiuto, secondo il disegno di Dio, alla comunità della Chiesa, nella misura in cui questa dipende da fattori esterni. Anzi, la Chiesa confessa che molto giovamento le è venuto e le può venire perfino dall’opposizione di quanti la avversano o la perseguitano». (GS 44)

2. Il consiglio pastorale e il consiglio per gli affari economici

Le caratteristiche del consiglio pastorale parrocchiale:

  • La sua costituzione non è obbligatoria, ma è affidata al giudizio del Vescovo diocesano: «Se risulta opportuno a giudizio del vescovo diocesano, udito il parere del consiglio presbiterale, venga costituito in ogni parrocchia il consiglio pastorale» (can. 536).
  • È un organismo e uno strumento di comunione, di partecipazione e di corresponsabilità ecclesiale.
  • È composto dal parroco che ne è di diritto il presidente; da coloro che partecipano alla cura pastorale della parrocchia (viceparroco, diacono collaboratore, catechisti, ecc…), da altri fedeli che devono garantire una opportuna rappresentanza della comunità. Sono da evitare consigli pastorali troppo numerosi così come assemblee poco rappresentative.
  • La finalità del consiglio pastorale è collaborare alla promozione dell’attività pastorale (!), studia la situazione pastorale, valuta le varie possibilità di intervento, propone al parroco le conclusioni operative che ritiene più adatte, verifica il lavoro svolto.

«La parrocchia, proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità. Sebbene certamente non sia l’unica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà ad essere la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie. Questo suppone che realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi. La parrocchia è presenza ecclesiale nel territorio, ambito dell’ascolto della Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell’annuncio, della carità generosa, dell’adorazione e della celebrazione. Attraverso tutte le sue attività, la parrocchia incoraggia e forma i suoi membri perché siano agenti dell’evangelizzazione. È comunità di comunità, santuario dove gli assetati vanno a bere per continuare a camminare, e centro di costante invio missionario. Però dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente, e siano ambiti di comunione viva e di partecipazione, e si orientino completamente verso la missione». (Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium, 28)

  • Ha voto consultivo. Questo non vuol dire che il parroco può fare ciò che vuole, ma che la responsabilità della decisione gli appartiene dopo aver ascoltato e valutato il pensiero di ciascun membro del consiglio pastorale.

Le caratteristiche del consiglio parrocchiale per gli affari economici:

  • La legge universale stabilisce che è obbligatorio in ogni parrocchia: «In ogni parrocchia vi sia il consiglio per gli affari economici che è retto, oltre che dal diritto universale, dalle norme date dal Vescovo diocesano; in esso i fedeli, scelti secondo le medesime norme, aiutino il parroco nell’amministrazione dei beni della parrocchia» (can. 537)
  • Può far parte del consiglio qualunque fedele che, oltre ad essere esperti in amministrazione, siano onesti, innamorati della Chiesa. Alla correttezza morale deve accompagnarsi la sensibilità ecclesiale e pastorale. Perché la parrocchia non è un’azienda che ricerca profitto, ma una comunità che si serve dei beni temporali per il fine di rendere culto a Dio e di annunciare il Vangelo.
  • Le finalità: aiutare il parroco nel predisporre i bilanci preventivo e consuntivo della parrocchia; approvare il rendiconto consuntivo; esprimere il parere sugli atti di straordinaria amministrazione. Il consiglio non ha il compito di amministrare i beni della parrocchia, ma di collaborare con il parroco nell’ambito della gestione economico-amministrativa della parrocchia. Unico amministratore della parrocchia è il parroco, e la sua rappresentanza legale, come afferma il canone 532, non è minimamente limitata o messa in discussione.
  • Il Codice non precisa, come ha fatto per il consiglio pastorale, che il voto del consiglio per gli affari economici sia semplicemente consultivo. Questo autorizza a pensare che alcune volte il parroco abbia fino in fondo bisogno del consenso dei consiglieri.
  • Il canone 1287, al paragrafo 2, recita così: «Gli amministratori rendano conto ai fedeli dei beni da questi offerti alla Chiesa». È buona consuetudine mettere i fedeli a conoscenza del bilancio consuntivo, così come dei rendiconti economici delle feste patronali o di qualsiasi attività per la quale si richiede una loro partecipazione.

3. Alla fine non rimane che una domanda: chi decide?

«C’è una questione che per anni ha esaurito molte energie dei preti e dei laici che cercavano di capire il funzionamento del CPP: chi decide? I laici vivono questa domanda come un test sulla valorizzazione del loro ruolo che retoricamente viene enunciato, ma che praticamente risulta vanificato da una prassi che ormai risente di uno stile fortemente gerarchico nella conduzione della comunità. I preti soffrono questa domanda perché sembra contestare il loro ruolo di autorità e metterlo sotto tutela di altri.

Ci sembra, in ogni caso, una questione mal posta. Il problema non è solo “chi” decide, ma “come” una comunità giunge a prendere insieme delle decisioni. Il parroco può dire l’ultima parola solo se prima ha ascoltato tutte le parole precedenti, fino alla penultima, con libertà e senza prevenzioni. Proprio questo rende possibile anche il ministero della sintesi che gli appartiene. Se non ci sono state le parole prime, anche la parola ultima risulta debole ed esautorata. Egli prenderà delle decisioni, ma spesso senza il consenso e la comunione necessari e per questo esposte a un’inconcludenza facilmente prevedibile. Molti laici lo hanno imparato bene: basta lasciare al parroco tutte le decisioni e poi lasciarlo solo.

Certo questo processo sano verso una decisione presa in comune chiede il tempo prezioso dell’ascolto. Ascoltare diventa un esercizio edificante nella fede quando si mettono in comune la propria storia di credenti, le proprie fatiche e le gioie del cercare Dio e vivere la fede». (D. Caldirola – A. Torresin, I verbi del prete. Forme dello stile presbiterale, Bologna 2012, 102)

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